Andrix Blog

Spunti di riflessione in un mare di attualità.

Questione di simboli

Le proteste insorte negli Stati Uniti a seguito della barbarica uccisione di George Floyd si sono estese a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale e grazie all’importante seguito mediatico la risonanza delle proteste è andata a sbarcare anche oltre confine.

Abbiamo di fatto visto numerose manifestazioni di protesta in stati europei quali Inghilterra, Germania, Francia arrivando anche in Italia.

La morte di Floyd è quindi diventata un simbolo per il movimento BLM, come simboli sono le statue abbattute nella escalation di proteste e che hanno fatto tanto parlare di loro.

È quindi giusto distruggere od occultare ciò che può rappresentare un simbolo di oppressione e fin quando possiamo ritenere la questione accettabile?

Churchill è un razzista?

La questione è sicuramente molto delicata, ed andrebbe affrontata con i cosiddetti “piedi di piombo” poiché la linea fra ciò che è considerato giusto e ciò che è considerato sbagliato ha molte zone grigie.

Il fenomeno che va a colpire le statue è certamente antecedente alla morte di Floyd, basti pensare all’iconica statua di Saddam Hussein abbattuta a Bagdad nel 2003, oppure al cimitero di statue dell’era comunista che ormai arrugginiscono vicino Praga.

Il tema certamente oggi fa discutere anche se non dovrebbe coglierci di sorpresa poiché, come ben sappiamo, la creazione e la distruzione di simboli è un percorso ciclico che si ripete nella storia. Perché le statue, sebbene facciano parte del patrimonio artistico e storico, come qualsiasi rappresentazione atta a celebrare un personaggio sono dei simboli.

Il dilemma sta nel contestualizzare per cosa sono ricordati e il perché delle statue sono state elette in loro onore.

In Inghilterra la folla in protesta ha distrutto la statua di Edward Colston, passato alla storia per essere stato noto filantropo, ma anche per la sua collaborazione attiva con la Royal African Company ed il traffico di schiavi ad esso connesso, divenendo agli occhi dei protestanti un simbolo palese del colonialismo e giustificandone così il suo abbattimento.

È ovvio che il semplicismo non va fatto ed anzi è controproduttivo in un tema così delicato, ma possiamo riassumere la questione dell’abbattimento delle statue ad un punto comune ovvero che le statue sono e rappresentano la volontà scolpita di eternare e celebrare un personaggio. Personaggio ovviamente figlio del proprio tempo, delle proprie culture e delle proprie leggi.  Come ovvio è anche il fatto che abbattendo le stesse non si cancella con un colpo di spugna dalla storia la sua presenza, ma si cancella la buona fama a cui i contemporanei volevano consegnarlo.

Dobbiamo quindi abbattere ogni statua di personaggi che possano essere adombrati da comportamenti dubbi nel corso della propria vita?

Beh, no. Perché non sono simboli di ciò.

Abbiamo visto come nelle proteste è stata marchiata la statua di Churchill con la dicitura “was a racist”. È vero? Possiamo affermare con certezza che i comportamenti tenuti da Churchill, anch’egli figlio del suo tempo, fossero sicuramente non a favore delle persone che non fossero inglesi. Ma ciò che l’ha portato al favore dei posteri non furono questi suoi comportamenti, ma l’assidua lotta al nazifascismo. Ed è per questo che le statue di Churchill andrebbero mantenute, perché il simbolo che rappresenta non è assimilabile all’uomo che fu. Altrimenti ogni personaggio di potere sarebbe condannabile, poiché l’uomo per sua natura è fallace e cade in errori o in comportamenti che possono essere dettati da innumerevoli variabili.

Ma è davvero distruggendo dei simboli che si rende giustizia alle battaglie di oggi?

Gone with the wind

Ad oggi 2020 c’è il rischio concreto che delle proteste, nate da uno scopo nobile e giusto, vadano a capitolare in assurdità ed esagerazioni che finiscano con il togliere la potenza e l’effetto delle stesse anche dall’attenzione dei media e dell’opinione pubblica.

In seguito all’abbattimento delle statue di cui abbiamo parlato in precedenza, numerose aziende importanti si sono mosse e hanno intrapreso azioni a dir poco discutibili.

In questa gigantesca opera di revisionismo, nel calderone sono finiti pure i “Looney Tunes”, con il cacciatore Taddeo che non avrà più il fucile perché «in America ci sono troppe armi», come se il problema degli Stati Uniti fosse un cartone animato e non già una legge che con troppa facilità permette di comprarle e averle, quelle armi. Oppure HBO che ha ritenuto il film “Via con il vento” avente contenuti razzisti, ed ha preferito apporre una prefazione in cui si specifica che il contenuto del film ha dei contenuti legati al razzismo.

Il film ha ovviamente contenuti a sfondo razziale, o che riguardino pregiudizi etnici, ma dobbiamo sottolineare con oggettività che rappresenta fedelmente l’America del tempo.

Un America dove il razzismo era la normalità, dove lo schiavismo era incoraggiato, dove il linciaggio delle persone di colore non era un crimine.

Il tentativo di HBO sembra davvero un grande colpo di scopa con la quale si tenta di “mettere la polvere sotto il tappeto” cercando di nascondere il simbolo di un passato che c’è stato e che deve rimanere come monito per il futuro.

Invece di occultare ciò che fu, dovremmo riflettere sul fatto di quanto fosse normale avere uno schiavo all’epoca. Perché la rappresentazione in questo caso porta i “buoni” ad essere razzisti o ad avere gli schiavi. E la normalità colpisce e spaventa.

Rappresentando il cattivo in tal modo, invece, lo allontaniamo da come noi vediamo la realtà, quando invece dovremmo affrontare ciò che siamo stati e ciò che potremmo tornare ad essere.

Allontanare tutto questo e renderlo a noi distante invece ci conforta e ci fa sentire migliori ed intoccabili. E ciò è sbagliato.

L’incredibile volubilità secondo la quale l’opinione pubblica muta, e di conseguenza l’operato delle aziende per adattarsi ad essa, è purtroppo una grave falla nel movimento di protesta perché rischia davvero di oscurare le vere ragioni della protesta in sé.

La lotta quindi al simbolismo ed alla rappresentazione passata sembra davvero aver avuto un effetto controproducente su tutto ciò che è il movimento BLM e sulla protesta da loro portata avanti.

L’esagerazione dovuta ad un eccessivo zelo nella ricerca di qualsivoglia possibilità di razzismo, fino a quando al giorno prima si tenevano entrambi gli occhi chiusi sulla questione sta lanciando ombre di ridicolo da parte dei social e dei media su tutto ciò che invece di buono è stato fatto dopo la morte di Floyd.

Perché discostandoci dal vero cuore della vicenda il rischio concreto è quello di volatilizzare gli sforzi della protesta, dimenticandoci dei veri simboli della lotta come Floyd, Arbery, Breonna e del più recente Brooks e di quanto razzismo sia intriso nella normalità della società e non nella pellicola di un film o nel marmo di una statua.

Altrimenti ci accorgeremo presto di quanto tutto se ne sarà andato “via con il vento”.

 


 

[Fonti dell’articolo]

Via con il vento HBO ci mette 80 anni, ma fa la cosa giusta – Synergo

Da “Via col Vento” a Lovecraft, se il revisionismo diventa censura e… abbatte le Piramidi – Il Secolo XIX

BLM: “Defund The Police” e statue abbattute, dovremmo parlarne – Breaking Italy

Foto in anteprima di Il Post

Andrea Donadelli

Andrea Donadelli