Andrix Blog

Spunti di riflessione in un mare di attualità.

I Can’t Breathe

“I can’t breathe” – “I can’t breathe”.

Una, due, tre…undici volte.

Un ginocchio premuto sul collo per esattamente otto minuti e quarantasei secondi. Un tempo potenzialmente infinito. Arriva l’ambulanza e la corsa in ospedale. Ma per George Floyd non c’è più nulla da fare.

Muore a 46 anni a causa della violenza di un agente di polizia.

Dall’autopsia del coroner si evince che George sia morto a causa delle sue patologie pregresse (ipertensione ndr).

Anche negli Stati Uniti si muore di epilessia?

 

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Il video della morte di Floyd è finito ovunque sul web ed è difficilissimo da guardare, eppure lo si dovrebbe fare. Non per macabra curiosità o per facile indignazione ma si dovrebbe guardare perché è simbolo e forma fisica della violenza e dell’oppressione fisica sugli afroamericani. Un’oppressione confermata ancora una volta da un ginocchio pressato, da un agente con lo sguardo fisso e freddo contornato da osservatori che cercano invano di opporsi a questa ignobile esecuzione mentre un collega li tiene lontani come fosse la cosa più normale del mondo.

Una normalità che, purtroppo, è stata fatta a sistema.

La morte di George Floyd ha cambiato qualcosa nello spirito comune dei cittadini americani. Una molla che, tesa da troppo tempo, è scattata.

Le proteste insorte in tutti gli States sono un esempio di quanto la comunità afroamericana voglia disfarsi di questo giogo. Proteste represse nel sangue, a colpi di manganello, lacrimogeni e proiettili di gomma. I video che compaiono in rete mostrano scene oltre ogni immaginazione. Forme di brutalità delle forze dell’ordine che superano qualsiasi protocollo.

Reazioni che fanno rimarcare quanto sia diverso il comportamento tenuto delle forze di polizia, ad esempio, ad inizio maggio un gruppo armato sovranista, praticamente indisturbato, aveva occupato il campidoglio in Michigan con l’appoggio di Trump che le ha definite “bravissime persone”.

La triste profilazione razziale, ovvero la pratica discriminatoria delle forze dell’ordine per prendere di mira individui sospetti di aver commesso un crimine sulla base della loro razza, etnia, religione o origine nazionale, compiuta negli USA va a toccare vette di assurdità negli ultimi anni, in cui  i corpi di polizia sono sempre stati un agente fondamentale nel processo di marginalizzazione, criminalizzazione e repressione violenta delle comunità di colore.

Se sei nero, insomma, sarai sempre considerato una persona sospetta e sarai sempre a rischio di essere ucciso, anche solo se stai facendo jogging, come dimostra il caso Arbery in Georgia.

Un paese senza guida

Keisha Lance Bottoms, sindaca di Atlanta, ha affermato che il presidente Trump in questo momento si sia ritirato dal suo ruolo di leader ed, anzi, stia trasformando tutto questo in una situazione molto peggiore.

Il ruolo di un presidente che si è saputo dimostrare debole ed ipocrita e ora nascosto nel suo bunker mentre twitta messaggi confusi e violenti (come quello in cui minaccia un uso ancora più massiccio delle armi) rende la situazione ancora più caotica.

Un caos tipico della presidenza repubblicana che definisce “fake news” qualsiasi notizia non provenga da media favorevoli e che cerchi di trovare in gruppi sparsi di sinistra (come ANTIFA) la causa e l’organizzazione delle proteste, arrivando a cercare di inserirli nella “lista” delle organizzazioni terroristiche.

In un momento del genere serve ascolto, dialogo e leadership.

Invece ritroviamo un presidente che invece di cercare di uscire e moderare i toni su temi delicati getta benzina sul fuoco delle proteste.

Persino molti capi dipartimento delle forze di polizia hanno preso le distanze dalle dichiarazioni di Trump.

 

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“Mi faccia dire questa cosa al Presidente, a nome dei capi della polizia di questo paese: per favore, se non ha niente di costruttivo da dire, tenga la bocca chiusa.

 

Questa non è Hollywood, è la vita vera.”

Art Acevedo, capo della polizia di Houston

 

Strange Fruits

Nel 1939 cantava così Bille Holiday: i “frutti strani” quelli appesi ai pioppi dopo i linciaggi, “sangue sulle foglie e sangue sulle radici”, ormai incapaci di aprire la bocca al vento. “Un corpo nero dondola nella brezza del sud”.

Ed è terrificante come nel 2020 la situazione, seppure in modalità diverse, sia quasi la medesima.

Una deriva autoritaria verso una destra estrema dove un leader che dovrebbe proteggere i suoi cittadini minaccia invece di sguinzagliare i cani contro di loro. Dove lo stesso, pur di posare con una Bibbia in mano a favore di camera davanti ad una chiesa fa sgomberare la folla con gas, proiettili ed esercito.

Gli stessi proiettili che hanno colpito persone innocenti o giornalisti impegnati a svolgere il loro lavoro.

In un paese in balia delle onde, rimasto senza il suo “capitano”, naufraga in lotte senza quartiere strumentalizzando qualsiasi pretesto per giustificare la violenza e fomentare la paura.

Perché paragonare i protestanti a terroristi, come specificato in precedenza, equivale a dare il diritto ad armare le forze dell’ordine ancora di più ed autorizzarli a sparare indistintamente.

“La ragione per cui i palazzi stanno bruciando è che questa città, questo Stato preferirebbe preservare il loro nazionalismo bianco, la loro mentalità suprematista piuttosto che arrestare, incriminare e aiutare a condannare quattro poliziotti che hanno ucciso un uomo nero.

 

Questa è la realtà con cui ci confrontiamo. Non è solo un esiguo numero di poliziotti che fanno qualche “cosa brutta” in giro per il paese, non si tratta di una dinamica poliziotto buono contro poliziotto cattivo.

 

Questo è Ahmaud Arbery, ucciso per strada da uomini bianchi in Georgia. E’ Breonna Taylor uccisa a casa sua. […] Questa è un attività coordinata che sta succedendo in tutta la nazione.

 

E per questo siamo in uno stato di emergenza.”

Tamika Mallory

Un lento soffocare di diritti, a cui la frase “I can’t breathe” fa riferimento sin dal 2014, con la morte di Eric Garner.

Un razzismo ammantato di pregiudizio che, dall’esterno, non possiamo nemmeno sfiorare né immaginare.

Ancora ci indigniamo, ma l’indignazione non basta più.

“Se chiedete di mettere fine alle proteste senza chiedere di mettere fine alle discriminazioni, state solo chiedendo che l’oppressione continui in silenzio”

Alexandria Ocasio-Cortez

Perché se continuiamo ad ignorare il problema, a porlo sotto silenzio o a farlo passare sotto il mantello di una normalità sbagliata e istituzionalizzata continueremo ad alimentare tensioni destinate ad esplodere ancora ed ancora.

Tensioni che oggi più che mai rappresentano non più solo una lotta contro il razzismo, ma una lotta ad uno stato di potere che tenta di reprimere i dissidenti con la forza e la violenza.

Come a Los Angeles nel 1992, come a Ferguson nel 2014.

Fino al prossimo che per mano di un agente sarà costretto a dire: “I can’t breathe.”

 


 

[Approfondimenti]

La violenza della polizia negli Stati Uniti – Emanuele Murgolo, Lo Spiegone

Cosa furono le rivolte di Los Angeles del 1992 – Il Post

Due parole conclusive su George Floyd, le proteste e Antifa – Breaking Italy

Andrea Donadelli

Andrea Donadelli