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Applicazioni, pandemia e futuro: un banco di prova per l’occidente

Un banco di prova per i governi occidentali.

Le sfide che la pandemia di Covid19 ci ha portato ad affrontare in questo martoriante 2020 sono state tante, ardue ma soprattutto ancora in corso. L’impegno che stiamo mettendo contro la diffusione dello stesso può vanificarsi in breve tempo se decidiamo di giocarci la cosiddetta “fase 2” con un all-in.

Il guanto di sfida più importante, però, viene lanciato ai sistemi di governo europei che si trovano ad affrontare il dilemma sull’utilità e la necessità di utilizzo delle nuove tecnologie.

Sappiamo bene come la sorveglianza sanitaria sia una misura base nella sanità pubblica. Lo stesso tracciamento dei contagi, anche se eseguito da operatori umani, alla fine, è sempre una forma di sorveglianza ed indagine su comportamenti, abitudini, contatti del singolo.

Ad oggi, però, ci si pone l’ipotesi concreta di fare un salto tecnologico in avanti, dritto nella casa del cittadino.

Siamo già passati attraverso misure che ritenevamo possibili solo nei film ed a limitazioni di diritti fondamentali senza precedenti nei paesi democratici. Il cocktail di paura, teorie cospirazioniste, social scatenati e il marasma di notizie scatenano il panico e rendono quindi noi cittadini sempre più aperti a qualsivoglia cambiamento.

La pressione sulle democrazie occidentali è tanta: quale modello seguire per il prosieguo nella “lotta”?

Di fronte ci troviamo chi, per primo, ha avuto il faccia a faccia con il virus, ovvero le potenze orientali, tra cui spicca la Cina. Il governo cinese, però, viene raramente considerato un riferimento dalle controparti europee perché considerato, a buona ragione, troppo autoritario e intrusivo nella vita delle persone. Il metodo cinese, infatti, è ampiamente basato su controlli effettuati da centinaia di migliaia di lavoratori e volontari e affiancato ad un controllo elettronico costante tramite telecamere di sorveglianza e App. Il sistema installato sugli smartphone cinesi, ed integrato con Alipay, cataloga le persone tramite un generatore di QR code, che garantiscono il diritto, o meno, di spostarsi ed accedere a determinati servizi. Codice verde quindi per chi può muoversi liberamente, giallo per chi è ha avuto contatto con “infetti” o dovrebbe stare in “auto-isolamento” e rosso che corrisponde a contagio certificato. I codici, stando quanto raccontato da Josh Ye, si basano su informazioni fornite da società di Big Data che consentono la geolocalizzazione della persona, oltre che a quelle che il cittadino stesso fornisce, quali sintomi, dati di cartella clinica e dettagli di spostamento.

La direzione verso la quale, però, soffia il vento europeo è quella seguita da Singapore: lo sviluppo di una app di tracciamento contatti (Open Trace) che sfruttando lo smartphone e la tecnologia Bluetooth porterebbe ad un riconoscimento, da parte dell’autorità sanitaria, di possibili contatti con persone risultate positive a Covid19, rendendo più semplice il lavoro della “scalata” a ritroso svolto fin ora da operatori sanitari.

L’Unione Europea ha già dettato delle linee guida sulla creazione delle suddette app, raccomandandosi l’anonimità dei dati raccolti. La preoccupazione primaria che però sorge riguarda il trattamento dei dati e la sicurezza degli stessi: rischiamo di ritrovarci in un controllo Orwelliano stile Cina?

Ovviamente è un’ipotesi esagerata ed utopica ma ciò non deve distogliere la nostra attenzione da come le istituzioni europee vogliono occuparsi dei dati raccolti e dalla metodologia di utilizzo dei suddetti, e soprattutto della progettazione del prossimo futuro in vista anche di una “fase due”.

Scansione di QR Code in Cina (fonte: Alipay)

–> Leggi anche: Contact Tracing, dati e sicurezza: siamo davvero a rischio?


A Whole New World

L’attuale focus d’informazione che i giornali ci stanno fornendo sulle possibili soluzioni tecnologiche contro Covid19 rischia di porre il target sulla questione meramente tecnica. Il problema però si presenta decisamente più complesso e intricato di come può sembrare con un confronto superficiale. L’aspetto sanitario in primo luogo: la programmazione di un sistema che sappia già come affrontare un’epidemia, che abbia le risorse sufficienti e che sia strettamente legato ad una politica globale (od almeno europea) di coordinamento e con linee guida precise.

In secondo luogo il rapporto con il cittadino: una comunicazione chiara e non macchiata dalla tempesta di notizie contrastanti o da insistenti comunicazioni regionali diversificate e in disaccordo. La disinformazione (o la “mal informazione”) genera solamente astio, paura e ghettizzazione. La fase è delicata: come possiamo prenderci cura del prossimo, dei più deboli nello specifico, se giochiamo a fare la spia?

Infine torniamo ad affrontare lo scoglio tecnologico: la nuova app di tracing che andrà sicuramente a riscrivere le regole “d’ingaggio” future, una volta mosso il pedone tornare indietro sarà difficile e c’è il concreto rischio che un modo di sfruttarla, anche finita l’emergenza, ci sia sempre. Il Garante della privacy europeo si è già premunito di ottenere una linea guida comune (EDPB e EDPS) per impedire raccolte dati improvvisate e di singole nazioni con conseguenze pericolose. Basterà?

Quello che purtroppo sembra è che l’insistenza di produzione di una app salvifica sia tutto fumo negli occhi, nato da un’esigenza politica di dover mostrare di stare facendo qualcosa di concreto e di non stare “navigando a vista”.

I dilemmi sulla giusta risposta tecnologica a Covid19 mostrano un evidente pensiero soluzionista atto a trovare un forzato compromesso tra privacy e salute pubblica, un punto così delicato, che se non ponderato in modo corretto, potrebbe avere serie ripercussioni future.

Il compromesso, e di conseguenza il trattamento di un certo quantitativo di dati, deve essere proporzionato al bisogno effettivo e deve cessare ad emergenza finita, o il rischio potrebbe essere quello di fare il primo passo per far sempre più assomigliare la società futura ad un “incubo fantascientifico” dove ogni nostro singolo movimento sarà osservato, controllato e autorizzato da una App: un algoritmo onnipresente al quale non ci sarà alcuna possibilità di ricorso.

Andrea Donadelli

Andrea Donadelli