Andrix Blog

Spunti di riflessione in un mare di attualità.

Anatomia di un rapimento

Durante la settimana ci siamo trovati a cercare di “digerire” lentamente tutte le notizie fagocitate in questa sorta di bulimia giornalistica che si è generata al seguito del rilascio di Silvia Romano. Purtroppo, come già discusso in un precedente articolo, l’infodemia è dannosa in ogni caso: dalle pandemie mondiali, alle notizie di quartiere fino a riguardare teatri ben più ampi. Si è parlato di fatto del ruolo delle ONG nella cooperazione internazionale, dei loro livelli di sicurezza, del pagamento di un eventuale riscatto, di Kenya e Somalia e di Al Shabab. Come nella maggior parte dei casi le riflessioni ed i pensieri espressi “di pancia” non permettono un’analisi a freddo dell’argomento, cosa che invece è certamente necessaria in casi come questo, data la complessità dei fattori e degli scenari in esso coinvolti.

Spesso ciò che non conosciamo ci terrorizza: sia esso la paura dello straniero, l’immaginario di terre lontane o l’operato di organizzazioni che non conosciamo.

Ed è per questo che cercheremo di analizzare in toto una storia, esplorando l’anatomia del rapimento che, anche se sembra distante migliaia di chilometri dall’Italia, ha radici non troppo distanti da noi.

Somalia: un leone senza denti

Primo luglio 1960: Una Somalia in festa accoglie l’indipendenza dall’Italia e della Gran Bretagna, trasformandosi in uno stato sovrano. Il giubilo e la festa, a pari passo con il sogno di democrazia, durano però ben poco però. Solamente nove anni dopo, il paese è rovesciato da un golpe militare che pone al potere Siad Barre. La Somalia vive sotto dittatura fino al 1991, quando giunge la caduta del regime. Da lì fu un susseguirsi di guerra civile che perdura ancor oggi e che ha devastato il paese portandolo a come lo conosciamo: uno stato fallito, lacerato da bande criminali, signori della guerra ed estrema povertà.

Il nostro viaggio per capire lo scenario parte quindi da qui dove: “Il lavoro di chi fa Cooperazione non è per niente facile. Per i pericoli che si corrono, certo, ma non solo per quelli. Anche perché alla fine col rischio ci fai pace, magari cercando le poche “chiazze” sicure sulla carta geografica frastagliata di questo Paese, che è il doppio dell’Italia per estensione, con una speranza di vita dei suoi cittadini di appena 50 anni, dove non esiste una banca centrale che batte moneta e nemmeno una festa nazionale da celebrare. […] dove anche i militari in divisa che incontri, non sai mai se sono veri oppure no. E seppure ne incroci qualcuno vero, sulla divisa ha stampata la bandiera etiope, ugandese, ruandese o keniana. Quasi mai quella somala.” – Carlo Ciavono, Repubblica.

Poche organizzazioni lavorano ancora qui: essendo un luogo difficile e rischioso, molte hanno deciso di spostarsi in luoghi più sicuri. Persino Medici Senza Frontiere ha interrotto il proprio lavoro in Somalia per quattro anni a causa dei continui attacchi agli operatori.

Attacchi portati anche da Al Shabab, organizzazione criminale nota in territorio somalo dal 2006, e ad oggi controllante la maggior parte del territorio rurale del paese africano, tornata all’attenzione dei media italiani per essere di fatto il mandante del rapimento della Romano.

Come già fatto notare in precedenza, molte delle sopracitate ONG si sono trasferite in paesi adiacenti oppure già vi erano insediate per portare aiuto, come Africa Milele Onlus, l’organizzazione di Fano che aveva come luogo di operazioni proprio il confinante Kenya.

Silvia infatti era stata rapita la sera del 20 novembre 2018 proprio nel villaggio di Chakama, nel sud del Kenya, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi, noto luogo di resort e vacanze, mentre seguiva un progetto di sostegno all’infanzia.

Ma quindi come è arrivato Al Shabab che opera principalmente in Somalia?

Semplicemente poiché inizialmente, come capita la maggior parte delle volte, il rapimento è stato eseguito da una banda criminale “esterna” (spesso più piccola e disorganizzata) e poi è avvenuto il passaggio alla milizia strutturata e ben più “famosa”.

Infatti, dopo esser stata presa da un commando di uomini armati di nazionalità keniota e somala, Silvia Romano è stata subito ceduta a un gruppo di tre somali, legati alla milizia jihadista. Da lì il passaggio in territorio somalo e l’inizio del viaggio tra i vari nascondigli.

La tratta di esseri umani, spesso occidentali, rapiti e riconsegnati dietro pagamento, è uno dei principali business delle organizzazioni criminali e jihadiste che operano all’interno dei territori privi di sovranità, o a sovranità limitata. Da circa 20 anni questa attività si è dimostrata una delle più redditizie, e anche Al Shabab ha da qualche tempo deciso di includerla nelle sue operazioni.

Nella maggior parte dei casi qualcuno segnala la presenza di un occidentale sprovvisto di adeguate protezioni: un bersaglio facile. In seguito a ciò viene messa in atto una vera e propria filiera criminale, nella quale la bassa manovalanza esperta del luogo rapisce e sorveglia l’ostaggio mentre gli alti gradi dell’organizzazione trattano con chi vuole riavere il sequestrato.

In stati come quello somalo l’operazione “rapimento” è davvero una delle più semplici da eseguire: sia per la mancanza di forze di polizia, sia per il generale sentimento di omertà riscontrato dalla popolazione, poiché delle ricadute economiche della stessa ne beneficiano un po’ tutti.

Basti confrontare il PIL di Somalia, del vicino Kenya o della Nigeria (che al momento è una delle nazioni economicamente al top nel continente africano) per capire la situazione in cui si trova il popolo somalo.

Un business che si stima abbia fruttato, in 10 anni di attività di Al-Qaeda, almeno 200 milioni di dollari in riscatti. Non è da sorprendersi se altre organizzazioni abbiano deciso di importarlo.

Come già accennato, essendo la Somalia uno stato estremamente pericoloso e quindi estremamente povero di presenza turistica occidentale, le organizzazioni criminali del paese hanno spostato l’attenzione sui possibili target nella vicina e ben più attrattiva Kenya (Come nel caso dei coniugi Tebbutt del 2011).

Riscatto, modus operandi e prigionia.

Ampia polemica ha destato la questione riscatto da parte dell’opinione pubblica. Dobbiamo però partire da un presupposto sul caso, di fatto un ostaggio ha principalmente tre destini: morire, essere liberato tramite riscatto oppure tramite blitz militare. La prima non è neanche possibile tenerla in considerazione, tanto è l’assurdità della sola idea. Sulle altre due, vanno distinte due tipologie di paesi: quelli che trattano con i criminali, e quelli che non lo dicono. Secondo Anja Shortland, insegnante al King’s College di Londra, americani e britannici affermano di non pagare riscatti, ma di fatto lo negano. “Se vuoi negare di avere pagato, tuttavia, devi almeno apparire credibile. […] Se i capi di un governo vanno ad accogliere l’ostaggio liberato all’aeroporto è più difficile negare di avere negoziato con i terroristi e pagato un riscatto”.

Chiarito quindi che il modus operandi italiano è quello del pagamento del riscatto, possiamo ponderare l’ipotesi del blitz militare come chiesto da alcune persone sui social. La suddetta ipotesi non è solamente più rischiosa sia a livello organizzativo, sia a livello di vite umane, ma anche a livello economico. Possiamo poi ricordare, come monito, il blitz fallito delle forze speciali francesi del 2013 nel tentativo di liberare Dennis Allex.

Ovviamente le operazioni di contatto e ricerca hanno un prezzo che varia dalla complessità della stessa, che può essere sia economico che in cosiddetti “favori politici”. Anche se si sa ancora poco dell’operazione di liberazione, è noto che la missione sia stata svolta in cooperazione fra i servizi segreti italiani, quelli somali e quelli turchi. Turchia che è stata fondamentale nell’operazione, e che ha esteso la sua area di influenza in Somalia da circa 10 anni, come sottolinea agi.it.

Tante accuse sono poi giunte alla volta della Romano poiché ha affermato di essere stata trattata tutto sommato bene dai propri carcerieri. Il motivo è molto semplice e non ha nulla a che vedere con il buon cuore degli stessi come sottolineato da Ali Dehere, portavoce del gruppo terrorista, intervistato da Repubblica: “E perché mai avremmo dovuto maltrattarla? Silvia Romano rappresentava per noi una preziosa merce di scambio.” – “Abbiamo fatto di tutto per non farla soffrire, anche perché Silvia Romano era un ostaggio, non una prigioniera di guerra (che vengono passati invece per le armi, ndr)”.

Il ruolo delle ONG e il nodo sicurezza.

Il nodo sicurezza è sicuramente uno dei più importanti da sciogliere. Molti dei media si sono scatenati lanciando accuse sia alla ragazza rapita (per una scelta, a detta loro, sconsiderata) sia alle ONG in generale, che sempre a detta loro, non garantiscono abbastanza la sicurezza degli operatori.

Dobbiamo cercare di partire dal punto fermo che chi fa cooperazione internazionale non è un pazzo che guarda con occhi sognanti al pericolo. L’organizzazione delle ONG, o almeno della maggior parte, è studiata e sicuramente mette in campo personale con della preparazione adeguata al fianco dei molti volontari che si uniscono alle missioni di cooperazione. Coloro i quali si imbarcano in questa tipologia di operazioni sono persone che si assumono un livello di rischio, esattamente come chi sceglie di prendere parte alla carriera militare o nelle forze dell’ordine. La coscienza del rischio e la motivazione sono sicuramente una fondamentale della scelta del personale da parte delle ONG, soprattutto da quelle più strutturate. Medici Senza Frontiere, per esempio, chiede esperienza nel campo in cui si andrà ad operare e una selezione a livello psicologico prima di intraprendere il viaggio. Inoltre le scelte dei luoghi di operazione vengono effettuate in base ai livelli di rischio stimati ed alla possibilità di garantire la sicurezza degli operatori stessi.

Grafico di Rischio di Atradius

 

 

 

 

 

 

 

Possiamo notare come da questa mappa il Kenya in cui andava ad operare Africa Milele Onlus ha un rischio moderato diversamente dalla Somalia che ha un rischio molto elevato.

Secondo Cinzia Giudici, intervista da vita.it e presidente di SISCOS: “I ragazzi non devono smettere di partire ma farlo con consapevolezza. C’è la percezione che le associazioni più piccole abbiano mantenuto una visione “più romantica” della cooperazione, ma è in quelle meno strutturate che i rischi aumentano notevolmente e le misure sono un po’ improvvisate. Le regole invece vanno sempre seguite per la sicurezza nostra, di chi lavora con noi e della popolazione locale”.

Non possiamo purtroppo escludere il rischio. Ma possiamo e dobbiamo mettere in atto tutto quanto sia nelle nostre possibilità per governarli con attenzione e responsabilità.

Di fatto, sia cooperanti che volontari, devono attenersi a regole e protocolli nati con l’idea di ridurre il livello di rischio.

C’è stato un errore da qualche parte che ha causato il rapimento?

Non si sa, ma è comunque oggetto di indagine. Non dobbiamo, però, puntare subito il dito contro le ONG in genere, come abbiamo dimostrato essere siamo abili a fare, ma come sempre attendere gli sviluppi da parte dell’organo inquirente ricordando che sono indagini di rito, e non rappresentano colpevolezza in partenza.

La sovraesposizione mediatica è un’arma a doppio taglio.

Purtroppo lo spettacolo tragicomico a cui abbiamo dovuto assistere dopo la liberazione della cooperante milanese è ancora in corso. Spettacolo che si ripete ogni volta che in un rapimento sono coinvolte delle donne. Si sta dicendo tutto e il contrario di tutto, indifferentemente, pur di denigrare, diffamare, deridere, negando il doveroso rispetto che si deve alla persona, alle sue scelte ed alla tragedia che ha vissuto e che l’ha segnata.

La cooperante di 24 anni non ha fatto in tempo a gioire per la sua libertà che la pioggia di insulti contro di lei ha iniziato a infestare il web, e i titoli di quotidiani come Libero e il Giornale sono arrivati immancabili ad accusare il governo di aver liberato una “islamica”, visto che Romano ha fatto sapere di essersi convertita alla fede musulmana.

Il giorno dopo l’arrivo a Roma [di Silvia Romano, ndr] tutti i quotidiani avevano il resoconto delle quattro ore di domande e risposte tra lei e gli inquirenti. Può sembrare normale, non lo è. Abbiamo saputo in quanti covi era stata spostata, quanti rapitori la tenevano in ostaggio, che cosa mangiava. Una volta persino spaghetti, dettaglio ripetuto da tutti. Quello che dovrebbe essere un momento confidenziale, il debriefing di un ostaggio nel corso di un’indagine, è stato passato alle redazioni in tempo per la tipografia. E se ci fosse stata qualche informazione molto dura, avremmo letto pure quella? Chi si potrà fidare del tutto a rispondere a domande nella stessa situazione?

La situazione non è sicuramente migliorata dal 2018 e la sovraesposizione mediatica a cui è andata incontro non è stata panacea contro questo male. La “passerella fotografica” a cui è stata sottoposta appena arrivata a Ciampino non ha lasciato indifferenti i leoni da tastiera che hanno reagito prontamente per trovare ogni minimo dettaglio per attaccarla (tanto da essere richiesta una scorta per la povera ragazza, attaccata anche “fisicamente” presso la propria abitazione).

L’errore comunicativo della parte governativa, purtroppo, è evidente. Una sponda pericolosa poiché fornisce ai terroristi prova di quanto il nostro paese non tolleri l’abbandono di un concittadino (giustamente!), e alimenta quel business di cui abbiamo trattato finora. Come già fatto notare in precedenza, molti paesi offrono molta meno visibilità ad operazioni di questo tipo, od anzi pongono completo silenzio sulle stesse.

E allora forse qui ci sarebbe da discutere su quanto l’eccessiva ricerca di una sovraesposizione mediatica, volta a ricercare una coesione nazionale in un momento politicamente delicato come questo, possa essere un’arma a doppio taglio.

Ma indubbiamente su questo la giovane Silvia non ha nessuna colpa.

 


[Ulteriori fonti dell’articolo]

// Cosa sappiamo sulla liberazione di Silvia Romano (di Il Post) //

// Quella tunica verde di Silvia (di Tpi.it) //

// Somalia, la terra di nessuno ostile ai cooperanti che piace divisa, preda degli Shabaab (di Repubblica) //

// Somalia: un leone senza denti (di Afrikanews) //

// Due parole conclusive sul rapimento di Silvia Romano (di Breaking Italy) //

 

Andrea Donadelli

Andrea Donadelli